Fino a quando la società non comprenderà che una donna che subisce una violenza sessuale, uno stupro fisico e psicologico quindi, non è andata a cercarsela da sola magari per il semplice essere bella o per un abbigliamento provocatorio, nessuna donna sarà tutelata da una minaccia tanto presente quanto sottovalutata nei suoi segnali di allarme.

Violenza ancora oggi discriminata nella sua configurazione penale o nel riconoscimento degli elementi di prova dalla presenza o meno dei jeans da sbottonare, oppure da un atteggiamento sessualizzante di quelle vittime considerate “provocanti” per qualche loro caratteristica fisica o comportamentale.

Una donna ha la libertà di ogni sua scelta, azione, comportamento, abbigliamento e relazione nei modi e nei tempi che meglio desidera e quando dice NO, anche senza mutande, quel NO deve essere ascoltato, rispettato da parte degli uomini degni di tale definizione. Poi possiamo discutere sui fattori di rischio e sul buon senso adottato da parte di chi si espone a quelle situazioni che potevano essere evitate nei loro conosciuti pericoli, ma non possiamo giustificare uno stupro in nessun modo.

L’uomo non è “cacciatore” come la donna non è “preda” ma sono soggetti individuali ed autonomi che compiono delle scelte in base alla propria capacità intellettiva e relazionale ed in forza delle regole sociali che, con forza, debbono ben delimitare i confini tra un rapporto desiderato ed una violenza sessuale, tale anche se camuffata da un apparente avallo da parte della donna.

Sono stanca di osservare le complicanze traumatiche nelle giovani ragazze, spesso adolescenti, violentate da degli uomini schiavi di un pene identificativo ed incapaci di controllarsi oppure di riconoscersi come predatori sessuali, persistendo nel dirsi “vittime” di una provocazione alla quale non hanno saputo resistere.

Una violenza sessuale non termina nella vittima quando l’uomo ha soddisfatto i propri desideri, si potrae nel corso del tempo con i ricordi intrusivi del trauma patito, si evolve insieme alla vittima e ne condiziona le scelte di vita oltre alla qualità delle relazioni interpersonali.

La vittima si colpevolizza nella maggioranza dei casi di stupro, proprio per credere che sia stata troppo “provocante” oppure seduttiva o “stupida” per essersi andata ad infilare in una situazione a rischio e, quindi, secondo il pregiudizio comune, “se lo è andata a cercare”.

Nella nostra società si attivano quelle strane dinamiche della colpevolizzazione della vittima e della vittimizzazione del persecutore, anche nelle sedi giudiziarie e non solo nella opinione pubblica, laddove provare lo stupro è spesso un “dovere” della vittima nel giustificare le ragioni per le quali ha “accettato” di togliersi i jeans invece che di praticare un rapporto orale completo.

La percezione di una minaccia varia in base a chi la subisce, non ha delle regole standard per le quali una pistola puntata vale meno di una minaccia verbale gridata, la cui risposta da parte delle donne è altrattanto variabile tra chi magari è capace di difendersi contro un aggressore armato e chi, invece, resta paralizzata anche solo di fronte a delle grida impositive.

Sono ancora numerose le ragazze e le donne più mature che preferiscono non denunciare una violenza sessuale, considerandola al pari di una brutta esperienza o di un rapporto sessuale con un partner balordo, credendo in questo modo con una doccia ed un profondo bidet di dimenticare ed elaborare in fretta, quando raramente questo accade in realtà.

Pochi sono i presidi di accoglienza e di ascolto delle vittime di stupro di ogni età, contro uno spesso muro di omertà eretto anche da una valenza giudicante diffusa, motivo per cui vi è un sommerso di sofferenze che fatica ad emergere.

Sono madre di cinque figli, tre femmine e due maschi, non voglio un domani ipotizzare che potranno essere ora delle vittime ora dei persecutori e, per questo, ritengo anche professionalmente importante parlare della violenza in danno delle donne prevenendola iniziando ad abbattere la cultura maschio-centrica e, allo stesso tempo, insegnando alle giovani ragazze a riconoscere i fattori di rischio non tanto nella loro libertà quanto nelle situazioni di maggior pericolo.

La cultura del rispetto riduce la violenza, l’educazione alle emozioni riduce la prevaricazione, l’insegnamento della tolleranza riduce gli attacchi, il riconoscimento dei pari diritti riduce ogni forma di discriminazione sociale e personale.

Una donna ha il pieno diritto di amare e di amarsi senza etichette di sorta e, nessun uomo, ha il diritto di abusare della sua libertà come alibi per la propria frustrante prigione di maschio debole, dalla quale evadere solo con la violenta prevaricazione sessuale contro le donne da giustificare, poi, con il senso di colpa indotto dalla violenza stessa.

Sara